Quando la lotta di classe diventa terreno di scontro regolamentato…

 di Paolo Masala da A rivista anarchica


Care compagne e cari compagni, la prima volta che iniziammo a parlare della possibilità di dare vita, all’interno dell’Unione, a un settore specifico riguardante il mondo educativo, era l’aprile del 2011. Oggi, dopo oltre tre anni, quel semplice pensiero che era un desiderio, un auspicio, prende finalmente forma e concretezza.

Abbiamo dato vita, in quest’ultimo anno, a un fecondo dibattito sviluppatosi in tre incontri a carattere nazionale e anche attraverso lo strumento telematico della mailing-list nazionale e di settore. Il mio intervento non tratterà tematiche riguardanti il mondo della scuola, a cui lascio il compito a chi di noi vi lavora, ma più specificatamente quello che è solito definirsi educativo extrascolastico, sociale, ecc. Quella galassia d’interventi e professionalità riconducibili al cosiddetto “Terzo Settore”.

Da oltre un ventennio, sistematicamente e progressivamente, per soddisfare l’applicazione di ricette economiche iper-liberiste, la cura e la promozione sociale delle persone aventi bisogni di varia natura, ha subìto un processo di privatizzazione. Una privatizzazione che, per concorrere nella spietata legge del mercato capitalista, ha trasformato i soggetti da utenti in clienti e le lavoratrici e i lavoratori in operatrici e operatori.

Le istituzioni statali, nelle loro varie forme nazionali e locali (ASL, Regioni e Comuni, ecc.), hanno esternalizzato e appaltato a soggetti terzi quello che era stato, per oltre un quarantennio, loro compito. Da qui il nascere e un proliferare di cosiddette cooperative sociali, fondazioni e associazioni accomunate, spesso e volentieri, dall’avere il suffisso “onlus”. Per oltre un ventennio queste realtà si sono ammantate di un’aurea salvifica, di innocenza originaria e la benedizione “no profit” ne ha caratterizzato lo status soprattutto nell’immaginario collettivo.
Il settore educativo e sociale è stato privatizzato, aziendalizzato e al suo interno vigono ormai i più infernali meccanismi di sfruttamento del sistema capitalista. Le inefficienze dell’amministrazione statale, esemplificabile nei ritardi dei pagamenti agli enti, favoriscono il crescere del potere ricattatorio delle banche nei confronti di quest’ultimi che, giocoforza, si avvalgono di questa motivazione per giustificare situazioni di reale ipersfruttamento delle lavoratrici e lavoratori loro dipendenti. Siamo tutti ben coscienti a quale ricatto morale si è sottoposti.

La trappola infernale del cooperativismo

Il Terzo Settore è saturo di cultura volontaristica, semi missionaria e in nome di “alti ideali” si giustificano norme contrattuali e regimi salariali indecenti. Si fa leva su etica e morale di chi ha scelto questo settore lavorativo per coprire proprie ambizioni di carriera, di puro affarismo imprenditoriale. Il Terzo Settore ormai non ha più nulla di “no profit”. Al proprio interno vigono strutture gerarchiche e autoritarie. Il cooperativismo è diventano una trappola infernale per chi vi lavora. La storica figura del socio-lavoratore è sempre più vittima del possibile rischio d’impresa ma sempre più estromesso da utili d’esercizio e da potere decisionale.
Analoga situazione è riscontrabile nelle altre realtà socio-educative. I vertici aziendali diventano monolitici, immutabili; spesso gestiti da figure divenute leggendarie e mitiche: i vari “Don …” solo per fare un esempio, che diventano garanti d’intermediazione economica al ribasso tra le istituzioni committenti e l’utenza e chi con essa ci lavora. Le lavoratrici e i lavoratori, quando organizzati in gruppi di lavoro, le cosiddette “equipe”, sappiamo benissimo non avere più nessun potere decisionale. Nella gerarchia interna ai servizi anche questi luoghi, un tempo deputati alla formulazione di un pensiero condiviso, sono divenuti trampolini di lancio per futuri dirigenti della propria organizzazione.

Si modificano i campi semantici e “capo” diventa il più politicamente corretto “coordinatore”. Una figura mai scelta dal “basso” ma sempre imposta dal vertice aziendale a sicurezza del rispetto ossequioso delle scelte d’indirizzo del proprio Consiglio d’Amministrazione. Non è un caso che proprio da questi quadri intermedi vi sia la maggiore resistenza alla sindacalizzazione dei propri colleghi e colleghe. Questa è una delle tante “terre di mezzo” di questo settore. Una terra di mezzo fatta di tanti piccoli privilegi come la formulazione di orari di lavoro ad personam e, fondamentalmente, nessun controllo a monte ma totale potere di controllo decisionale e operativo a valle nei confronti delle equipe e gruppi di lavoro.
Questa totale discrezionalità verticistica e autoritaria si esemplifica anche nelle richieste curriculari lavorative. A criteri e requisiti specifici, come titoli di studio universitari, si è via via sempre più derogato per introdurre personale non qualificato e quindi maggiormente ricattabile da un punto di vista normativo ma soprattutto salariale. Questo modo di intendere il lavoro educativo e sociale privatizzato ha fatto della precarietà il suo modus operandi.

Un quadro di sfruttamento

Attualmente vi sono decine di CCNL (contratto collettivo nazionale del lavoro) applicati e ognuno peggio dell’altro. Spesso chi ne è inquadrato si ritiene pure fortunato in confronto a chi è costretto a lavorare “a progetto”, a tempo determinato, ecc. Questi CCNL sono indecenti! Hanno minimi salariali tabellari al di sotto di gran parte di altre categorie lavorative e soprattutto aspetti normativi che non permettono a chi lavora nel sociale di avere, paradossalmente, una propria vita sociale fatta di relazioni e affetti. Lavorare 38 ore settimanali è solo nominale sulla carta ma la realtà è fatta di settimane anche di oltre 50 ore perché, nei servizi operativi H24, la turnazione non prevede il riconoscimento dell’attività lavorativa in orario notturno e se la prevede viene forfetizzata a poche decine d’euro a notte comunque sempre oltre le 38 ore. A chi opera in ambito domiciliare, quasi sempre non vengono riconosciuti i tempi di spostamento da un utente all’altro e così, per poter avere una giornata lavorativa retribuita di 8 ore, si è impegnati 10/12 ore al giorno con conseguenti ricadute negative, anche qualitative, dell’intervento stesso.
Vengono istituite cosiddette “banche ore” con il solo scopo di non riconoscere il lavoro straordinario retribuito. Ore straordinarie sempre a libero arbitrio dei vertici aziendali che impongono anche le eventuali modalità di usufrutto a recupero. Il passaggio da part-time e full-time è sempre più variabile dipendente a secondo del monte ore d’intervento stabilito nelle varie gare d’appalto e la precarietà, da condizione lavorativa, diventa anche condizione esistenziale. Spesso il confine tra operatore e utente, in quanto a disagio, diventa labile…

La responsabilità del sindacalismo confederale

Ecco perché è quanto mai necessario un vero sindacato di settore che ponga fine a tutto ciò! Il sindacalismo confederale, in particolare in questo settore, è il maggior responsabile del degrado a cui si è giunti. Il suo collateralismo con il mondo del cooperativismo e associazionismo fa sì che i processi di privatizzazione abbiano strada spianata. Vertici sindacali e vertici aziendali spesso coincidono e con abile gioco di ruolo li si ritrova al tavolo delle stesure contrattuali. Interessi economici quindi condivisi a discapito di lavoratrici e lavoratori privati da chi avrebbe dovuto difenderli nei loro interessi materiali.
Ma noi siamo l’USI-AIT, la più autentica e originaria espressione anarcosindacalista in Italia. Non siamo un sindacato di professionisti a presunta difesa di lavoratrici e lavoratori. Siamo un sindacato di lavoratrici e lavoratori che difendono se stessi a partire dal proprio posto di lavoro. Un sindacato che si differenzia anche da tutti gli altri sindacati cosiddetti di “base”. Noi non abbiamo e non vogliamo sindacalisti di mestiere, distaccati, a libro paga di qualcuno.
Il vero sindacalismo per noi si sostanzia nell’essere totalmente indipendenti anche dalla nostra stessa organizzazione. La pratica sindacale è esercizio d’emancipazione individuale e collettiva e non una professione come altre ma solo un po’ più “sociale”. La scelta di lavorare nel “sociale” l’abbiamo già compiuta. Ecco perché diviene elemento fondativo e dirimente il fatto che il nostro riconoscimento a esistere non deve essere subordinato a fattori legislativi da sempre a favore padronale, ma deve palesarsi dalla volontà delle lavoratici e lavoratori nel proprio luogo di lavoro.

Fondamentale è la sezione di sede lavorativa come luogo deputato principe all’azione sindacale. In subordine vi deve essere il riconoscimento da parte della controparte, che può avvenire come rappresentanza sindacale, prescindendo dall’essere firmatari o meno di CCNL, accordi, ecc. L’attuale legislazione relativa alla rappresentanza sindacale sui luoghi di lavoro, va rigettata completamente.

Dal 1991-1993, biennio che sancì il modello concertativo governo-padroni-sindacati e la nascita delle R.S.U., il potere sindacale e rivendicativo è andato sempre più in difensiva. La logica elettoralistica e semi-parlamentarista delle R.S.U. con il suo corollario di liste, elezioni, ecc. ha sempre più indebolito e frastagliato il fronte di classe delle lavoratrici e lavoratori spesso costretti a porsi in modo contrapposto tra le diverse sigle d’organizzazione. Il modello delle R.S.U. ha insito in sé lo spirito della delega, della deresponsabilizzazione a lottare in prima persona per i propri diritti. A prescindere dall’attuale regolamentazione che sancisce arbitrariamente quasi il monopolio della rappresentanza al sindacalismo confederale e concertativo, questo modello alimenta il formarsi di ceto sindacale di tipo burocratico più incline a perpetuarsi attraverso logiche politicistiche che non foriero di reali iniziative intransigenti di lotta.

Quando la lotta di classe diventa terreno di scontro regolamentato e normato, la storia ci insegna che è sempre stata a vantaggio dei padroni. Con gli accordi del gennaio 2014 il diritto alla rappresentanza sarà ancora di più discriminatorio nei confronti delle realtà di base. La politica dei due tempi, malauguratamente spesso fatta propria anche dal sindacalismo di base, ossia di pensare di poter starci e poi modificare dall’interno i vari equilibri a proprio favore, è classica chimera riformistica che immensi danni ha già arrecato alla classe lavoratrice.

Modello assembleare e astensionismo attivo

L’unico modello da riattualizzare e proporre è il modello consigliare e assembleare. L’assemblea generale delle lavoratrici e lavoratori sancirà piattaforme rivendicative con delegati, espressione delle organizzazioni sindacali, a termine di mandato per la conduzione delle trattative con le controparti. Quindi non solo come USI-AIT settore Educazione non dobbiamo presentarci alle elezioni triennali per le R.S.U., ma dobbiamo attivarci per un suo boicottaggio attraverso una campagna d’astensionismo attivo. Non dobbiamo farci dettare le regole da governo e padroni su come condurre le nostre lotte sindacali e attraverso quali strumenti.
Questo per noi è fare sindacalismo. Un sindacalismo d’azione diretta, di mutuo appoggio, conflittuale e solidale. Compagne e compagni, la costruzione del nostro sindacato di settore ci vedrà come una sorta di “pionieri” nel nostro posto di lavoro, nei nostri territori ma anche all’interno della nostra stessa Unione. Se le condizioni di lavoro stanno sempre più assumendo connotazioni da fine ‘800 allora significa che anche per noi è giunto il momento di riprendere, con forza, vigore e animo riattualizzatore, la storia migliore del sindacalismo rivoluzionario. Nel solco della tradizione anarcosindacalista dell’Unione Sindacale Italiana, dell’internazionalismo dell’Associazione Internazionale delle Lavoratrici e Lavoratori, salutiamo oggi la nascita del nostro sindacato di settore.

W l’U.S.I. W l’A.I.T.

Paolo Masala

Per contattarci

U.S.I-A.I.T. Educazione via Torricelli 19 – Milano www.usi-ait.org
http://usieducazione.noblogs.org facebook: USI-AIT-Educazione infousieducazione@autistici.org

Potrebbero interessarti anche...