Un altro omicidio di Stato: la violenza della “normalità” al Pilastro
Proviamo a scrivere questo articolo da giorni, ma la rabbia soffocante e il dolore di fronte a tanta brutale ingiustizia ci hanno bloccato. È difficile trovare le parole quando la realtà ci pone nuovamente davanti al volto spietato della violenza istituzionale. Ma superare la paralisi emotiva è un dovere politico: il silenzio serve solo a chi opprime, mentre la denuncia e l’analisi servono a chi lotta.
Fakir non voleva morire, aveva bisogno di aiuto. La tragica vicenda avvenuta nel quartiere Pilastro a Bologna non è un incidente isolato, né una fatalità: è l’ennesimo omicidio di Stato, l’esito scontato di un sistema che risponde alle crisi umane ed economiche con la repressione anziché con la solidarietà di classe.
Fakir stava male. Viveva una condizione di forte sofferenza psicologica e sociale, acutizzata dalle condizioni di vita a cui le classi popolari e i lavoratori immigrati sono quotidianamente condannati. In un quartiere storicamente segnato dal disinvestimento pubblico, dove i servizi sociali ed educativi sono stati smantellati da anni di tagli al welfare, il disagio individuale si trasforma in abbandono.
Si è assistito all’assenza di solidarietà dal basso: gli stessi residenti e connazionali, condizionati da una narrazione securitaria e dall’isolamento sociale tipico della società capitalista, non sono stati messi in condizione, né supportati per intervenire con un soccorso comunitario.
La risposta del potere non è stata quella di inviare personale sanitario specializzato e strutture di supporto socio-sanitario, ma sono state attivate le forze dell’ordine. I presunti “tutori dell’ordine” non hanno portato assistenza, ma devastazione, terrore e violenza, culminando con la morte di Fakir.
Quando una persona in sofferenza “disturba” la tranquillità e il decoro urbano, il sistema non cerca di curarla, ma di neutralizzarla. La risposta repressiva serve a ristabilire una falsa “normalità”, dove la povertà e la malattia mentale devono rimanere invisibili.
In seguito a questo ennesimo atto di violenza statale, la reazione di ragazze, ragazzi e abitanti di Bologna e da altre città, scesi immediatamente in piazza per gridare la propria rabbia, rappresenta la sola giusta risposta possibile.
La sofferenza e l’indignazione che ci hanno bloccato in questi giorni devono trasformarsi in carburante per la lotta. La protesta spontanea deve evolversi in organizzazione permanente:
Dobbiamo autogestire la cura e il soccorso, dobbiamo sottrarre la gestione delle emergenze sociali e psicologiche alle forze repressive, costruendo reti di supporto e strutture popolari autogestite nei quartieri ed essere presenti anche come sezioni USI-CIT a questi processi.
Occorre lottare contro lo “Stato-sceriffo”, è necessario unire le lotte dei lavoratori, dei precari, degli immigrati e dei residenti delle periferie contro la deriva autoritaria e militarista.
Dobbiamo abolire le logiche punitive. Rifiutiamo l’idea che la sicurezza sia sinonimo di divise e armi. La vera sicurezza nasce dalla garanzia della casa, della salute, del lavoro e della solidarietà.
La memoria di Fakir si onora trasformando il dolore in organizzazione, proseguendo e radicando la protesta nei luoghi di lavoro e nei territori.
Contro la violenza di Stato, per il mutuo soccorso e l’emancipazione dei lavoratori!
USI-CIT Sezione di Modena







