Pioniere e rivoluzionarie. Donne anarchiche nella Spagna (1931-1975)

Pioniere e rivoluzionarie. Donne anarchiche nella Spagna (1931-1975)
DI Eulàlia Vega
Edizioni Zero in condotta

Un viaggio emozionante nella storia rivoluzionaria della Spagna narrato e vissuto con gli occhi (e soprattutto il cuore) delle donne. Undici donne, ma in realtà molte di più che non hanno voluto far apparire il loro nome, si raccontano e vengono raccontate. Il libro si apre sulle loro vite prima di esser nate, dai nonni ai genitori, contestualizzandole familiarmente quasi a sottolineare la unicità e singolarità della loro biografia, che sarà risaltata anche più avanti nel resto del libro.
Si snoda poi tra le loro memorie e le fonti storiche convenzionali abbracciando un periodo molto lungo che arriva fino alla morte di Franco (1975) ma va anche oltre, poichè le testimonianze hanno il pregio – e il compito - di allacciare e connettere il presente nella mente del lettore. E questo libro lo fa perfettamente. Di solito le storiografie sono fredde (eventi, numeri, date): non raccontano le emozioni e le passioni che sono state il motore della storia e delle vite che l’hanno costruita, quasi a significare che la storia è solo un insieme di fatti separati dal tempo attuale.


La rivoluzione è una emozione: scatta nel momento in cui c’è consapevolezza che le cose non vanno e si riesce ad immaginare un altro mondo desiderabile (“avrei desiderato vivere in un mondo senza frontiere, con una lingua universale, in un mondo di libertà, armonia e di pace, dove tutti gli esseri umani, senza distinzione di razza e colore, combattessero per preservare la natura, il regno animale e la specie umana; l’uguaglianza tra tutti, perché per il solo fatto di nascere abbiamo diritto ad essere accuditi da piccoli e poi a ricevere una buona educazione, nel rispetto dei nostri simili…” - Pura Lopez,“un’ aspirante anarchica” così voleva definirsi).
Chi meglio di una donna può immaginarla? Che riesce a convivere tra le contraddizioni del quotidiano e della militanza. Tra uguaglianza e diversità di genere, tra dovere e desiderio. Tra la ragione, il pragmatismo, e il sentimento. Questo libro ce lo racconta tutto.
Mujeres Libres nasce negli anni ’30 e fu la prima organizzazione che espresse con chiarezza la duplicità del programma d’azione della donna operaia: l’emancipazione dallo sfruttamento capitalista da un lato e dall’oppressione patriarcale dall’altro. La formazione delle donne fu una delle priorità di Mujeres Libres. Per contrastare l’ignoranza a cui erano sottomesse – molte erano analfabete – era necessario organizzare attività che le aiutassero a crescere e a svilupparsi socialmente e culturalmente, ed il proposito ultimo era lo sviluppo della personalità e di una identità propria senza rinunciare alla vita familiare. A questo progetto contribuirono moltissimo anche gli Atenei Libertari, nonchè le Juventudes Libertarias frequentati in larga misura dalle donne che volevano emanciparsi e acculturarsi.
Era un movimento molto diverso da quelli precedenti denominati “femministi” che venivano esplicitamente considerati di stampo borghese (la cosa più “importante” che ottennero fu il diritto di voto, che comunque ebbe la sua rilevanza in maniera indiretta per risvegliare nelle coscienze femminili una maggior consapevolezza al diritto di esistere, anche se sappiamo che in sostanza non serve a nulla).
Mujeres Libres andava molto oltre. Era un movimento di liberazione femminile “dalla tripla schiavitù alla quale è stata e continua ad essere sottomessa: schiavitù dell’ignoranza, schiavitù della donna e schiavitù da produttrice.”
Anche la posizione sull’aborto appare quasi più moderna di quella attuale. Esso era considerato come ultima ed estrema soluzione quando non veniva utilizzato alcun metodo contraccettivo o questo non aveva funzionato. L’organizzazione Mujeres Libres, per quanto sostenesse il decreto relativo all’interruzione della gravidanza del 1936 con il proposito di mettere fine alla pratica degli aborti clandestini e ai rischi che questa portava con sé, non lo inserì nella sua lista delle rivendicazioni, poiché riteneva si trattasse di una questione privata, nella quale non dovevano verificarsi ingerenze di parte. “Avevano diritto ad abortire, questo sì, lo dicevamo. Ma quando rimanevano incinta, bè, la questione era privata”. Una tra le molte attività promosse, fu anche quello di divulgare i metodi contraccettivi, che in parte andava alla radice dei problemi e poteva, pur se non sempre, evitare l’aborto (sia clandestino che legale, entrambi - anche se in diversa misura e rischio - traumatici).
La vita delle donne all’epoca era prevalentemente relegata nell’ambito della quotidianità domestica che rubava loro molto tempo, per accudire la famiglia, la casa e particolarmente i maschi che non sapevano, o volevano, neppure pulirsi da soli le scarpe, figuriamoci il resto. Nonostante ciò, alcune delle donne intervistate rivelano che furono favorite proprio dai padri o dai fratelli, più che dalle madri, a entrare in CNT o frequentare le Juventudes Lilbertaries o gli Atenei Libertari. A ciò contribuirono anche le riunioni e/o discussioni a cui fin da piccole assistevano con molto piacere. Non tutte le donne presenti nelle famiglie presero la stessa strada, a dimostrazione che la scelta è sempre unica e l’individuo è irripetibile.
Le “donne del libro” captano e interpretano razionalmente una differenza di genere a cui da subito cercano di ribellarsi, spesso senza esito, continuando però a pulire le scarpe ai maschi e tanto altro. Anche nella CNT le poche donne che entrano, si sentono spesso inadeguate e inferiori. Il sindacato è per sua natura “maschile” e loro lo avvertono, con la sensibilità propria delle donne, sentendosi percepire come un valore secondario e non essenziale, mentre invece esse sono l’acciaio che regge il cemento. Lo saranno prima, dividendosi tra casa e militanza e molto di più durante la guerra, quando i maschi tutti saranno al fronte, e quasi tutte le donne dovranno ritirarsi da esso. A loro verrà affidato il compito della “retroguardia”: sostituire i maschi nel lavoro delle fabbriche e nel grande e meraviglioso processo della “collettivizzazione”, cuore della rivoluzione (secondo il mio punto di vista): “Un processo di collettivizzazione più o meno spontaneo si produsse nella retroguardia sotto la guida del sindacato anarcosindacalista della CNT. Nella nascente economia collettivizzata fu necessaria la presenza della donna per sostenere questo nuovo modello produttivo forzato a coprire le molteplici necessità del momento. Molte donne abbandonarono i lavori e i ruoli tradizionali che avevano prima della guerra e uscirono di casa per impegnarsi in attività che erano state smesse dagli uomini partiti per il fronte. La maggior parte delle nostre protagoniste rimase nella retroguardia partecipando in modo intenso alle nuove forme di vita messe in pratica durante i tre anni di conflitto, lavorando nelle fabbriche, nei centri educativi e assistenziali o nelle organizzazioni sociali e politiche, con diversi livelli di responsabilità.”
Le collettiviste della retroguardia diventano, a loro ingenua insaputa, le protagoniste della rivoluzione. Ma non se ne rendono conto, né successivamente lo rivendicheranno mai. Hanno agito di cuore e ragione, senza tanti farfugliamenti intellettuali, ma discutendo e operando concretamente nella vita quotidiana in una parte della società da cui erano state sempre escluse. E i risultati si sono visti eccome. In loro soprattutto prevaleva la gioia e l’allegria data anche dal passaggio da “adulte ma minorenni” rispetto al maschio ad adulte a pieno titolo e pari agli uomini, pur nella diversità del genere, sia fisico che psicologico ed emotivo.
Un capitolo che si legge tutto in fiato, e si rilegge più e più volte, per rivivere e commuoversi di quel soffio vitale rivoluzionario che cambiò veramente la vita delle donne e non solo, anche se per poco tempo.
“Si era messa in moto una società più fraterna, e ognuno si sentiva responsabile. In questo modo ognuno poteva crescere e realizzarsi. Mi sentivo soddisfatta. Quello stato di cose, spinto da principi etici, da concetti di emancipazione, era grandioso. E io vi appartenevo. Non inseguivo una chimera personale, ma partecipavo al sogno collettivo, come uno zero in più. Non pretendevo altro […]. La mia attività non era più importante di quella di tanti altri. Fa parte del mio carattere non volere il palcoscenico. Per me è istintivo. Non ho alcuna pretesa di appartenere a quel che oggi si definiscono i quadri”. (Casilda Méndez)
Nessuna delle donne intervistate manifesta una necessità di protagonismo, ma solo il desiderio di comunicare quella gioia liberatoria della rivoluzione sociale vissuta che, anche dopo la catastrofe della sconfitta, l’esilio e le privazioni e i campi di concentramento, le carceri, le fucilazioni di massa, le persecuzioni sarà la motivazione che le spingerà ancora, insieme a molti altri, a ricostituire e la CNT e le Mujeres Libres sia in Francia che in Spagna dove torneranno spesso clandestinamente e, alla fine della seconda guerra mondiale, anche stanzialmente nonostante la dittatura repressiva di Franco che cessò solo dopo la sua morte.
E’ un libro bellissimo. E lo rileggerò ancora e farò in modo che altri lo leggano, perché è una profonda testimonianza che la rivoluzione o apporta gioia o non è. Anche se attorno vi sono solo macerie e massacri, costruire e autogestire e non essere servi regala una felicità indimenticabile così grande, che dà anche la forza di andare avanti nei momenti più tragici e anche dopo la sconfitta.

Mariella Caressa

 

 

Top